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Un anno, un mese e 350 parole

Ogni tanto – ormai saranno diventati un paio di mesi, più o meno – mi trovo a pensarti, sai. A pensare le risate che ti faresti, se sapessi dove sono finita a lavorare (a proposito: almeno fino a fine febbraio, ho un lavoro!). A pensare agli sguardi divertiti che faresti, davanti a un buon rosso e ai nostri piedi al città, o solo un fiume che cambia colore – se solo sapessi quanto in questi ultimi mesi (anzi: in questo ultimo, mese) mi sono capitate molte delle cose che tu stesso mi raccontavi, e che io stentavo un po’ a credere. Sale e sistemi integrati AV, proiettori 4K, live entertainment e via dicendo. Sì, pure postproduzione. Vuoi ridere davvero? Ho fatto pure la cameraman. La giornalista di una rivista di settore specializzata, in inglese. In una riunione con i supermanager della superditta – divisione Europe. Ovviamente col sottofondo musicale degli sketch di Benny Hill. Aerei che si prendono per andare in posti che non si vedranno mai perché rinchiusi o in stand, o in albergo a lavorare. Ho persino dormito 3 ore e mezzo a notte per una settimana.

Ho conosciuto una persona, e me ne sono innamorata – tutti i sintomi sono lì sul tavolino, l’uno in fila all’altro. E’ arrivata all’improvviso, e mi è scoppiata dentro al cuore – come la canzone. E ora inizio a capire perché Lei – quella, lei – non riesce a passarti di testa. Perché certi incontri ti cambiano al vita, c’è poco da fare – è così. E così mi ritrovo a fare le peggio cose, di cui riesco ancora a vergognarmi. Dovresti vedermi; sono sicura che non ti fidi, se ti dico che riesco ancora a provare pudore.

Sto cercando di capirmi – come tutti, del resto. Sto cercando di fare meno male possibile alle persone a cui voglio bene – ed è difficile. So che se fossimo ancora quelli che una volta fummo, sapresti davvero aiutarmi. Basterebbe una bistecca o una tartare, fai tu.

Enniente. Mi sarebbe piaciuto dirtelo in un altro modo, ma mi devo arrangiare anche così.

Di questo passo, forse, ci incontreremo per caso in una strada in periferia, a Milano. Non so immaginare l’espressione che faremmo – per quel che posso, e che mi lascerai fare, non farò finta di non vederti.

Ciao caro. Continuo ad aspettarti, da qualche parte.

Corrispondenze

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Tesoro mio,

questo il numero fatto in corsa, nel delirio totale, con un articolo (anzi: ben due!) a mia firma. Tiè.

Mo’ ti inserisco nella lista degli iscritti alla newsletter – così ti rompi i coglioni pure tu.
Ti amo.
Vorrei vivere insieme a te.
Svegliarmi la mattina con la tua faccia davanti agli occhi – il che significa anche, tra le altre cose, che avremmo dormito, la notte. Farmi preparare la colazione con un the buonissimo che sai solo tu, rigorosamente comprato in Giappone.
Farmi accarezzare e darti un bacio, prima che tu esca per andare a lavoro.
Infilarmi i tuoi pantaloni, e fare la redattrice androgina – ma solo per finta. Con i tuoi pantaloni mi sembra di portarmi a giro il tuo pisello. Mi fanno uno strano effetto, devo ammetterlo.
Andrà tutto bene. Insieme a te, non ho paura di niente – nemmeno della morte.
Ti bacio
l.

Sai, a volte ci si innamora di certe parole. E’ così.

Ormai mi vengo a noia, da quante volte mi ripeto – Milano ogni volta mi sorprende. Sarà che prenderla a singhiozzo, un 2-3 giorni l’anno diventa umanamente sostenibile. Sarà che avvicinandosi al Natale le cose sembrano migliori di quello che sono. Saranno che le coincidenze mi fanno una certa impressione – a volta mi sembra di vivere in un fumetto, “Le avventure di Bongiornoesseova”, ché mi trovo a raccontare ad amici gli incontri fortuiti e – cazzo – sembra la sceneggiatura di un film. Io spero sempre in un esito da commedia inglese, comunque vada.

Sarà sicuramente stata la mostra sulle xilografie giapponesi – sarà sicuramente colpa di quella dannata ICS!, come Andrea mi ha giustamente fatto notare. Colpa della ICS!, a gambe attorcigliate, e degli occhi verdi. Gli occhi verdi sono sempre colpevoli. Sempre.

Questo è il momento delle vecchie: le vecchie salveranno l’umanità. Romperanno i coglioni, ti faranno vedere i sorci verdi, e non so se perdere anche del tempo dietro quelle che tu riterrai delle sciocchezze; ma, alla fine, oltre che seppellirti, riusciranno a darti qualcosa. Perché se una donna, artista, è riuscita  a sopravvivere ai suoi 89 anni, lottando e bestemmiando, ma sempre indossando rossetto laccato, vedrai che qualcosa di interessante da raccontare ce lo avrà.

Mi sta tornando una voglia matta di dipingere. Ho visto tante belle cose, ho avuto parole da altri di comprensione e di intesa – sconosciute, certo, ma fendenti e millimetriche come solo la confidenza tra sconosciuti può generare. Ho riconosciuto la mia, in quella dedizione di occhi altrui, di altrui studii, e biblioteche, e mercatini, e non la smetterei mai di parlare e parlare, e parlare di segni, di tecniche, di interessi e passioni che sono difficili da condividere. Difficili e impegnative.

Ho ripreso il blocco in mano. Bisognava farlo – una stupida occasione di autopromozione da attività mordi e fuggi sul web: sopravvivenza quotidiana, iniziamo col rinoceronte, ché è massiccio, e sintetico. Plastico.

“Sai, a volte ci si innamora delle parole. Va così, non ci puoi fare niente”, mi hai detto per telefono.

Sì, hai ragione: va proprio così.

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Mo’ basta

Qua a Firenze il cosiddetto “mondo culturale” è appannaggio praticamente da sempre dalla solita cricca di provenienti da ceti medio-alti (tendenti più all’alto che al medio). E questo è un dato di fatto.

Young curators figli di industriali con appartamenti sparsi per la città, una vecchia acida che nel fienile di casa ospita un Jacopo Vignali qualsiasi, giovani dottorate in carriera i cui genitori sono docenti universitari e che organizzano incredibili convegni internazionali con il sostegno della banca più potente della città, proprietari di bar che giustificano il caffè a 1,50€ con la scusa che loro conoscono i rifornitori delle piantagioni (il caffè decaffeinato, fiore all’occhiello, è stato fatto con un lungo procedimento di continuo lavaggio con acqua pura di sorgente dei monti dell’Himalaya).

Poi c’è la titolare di una cooperativa di servizi culturali che paga le laureate in storia dell’arte meno di 8€/h per fare guide del menga ai soci Coop – ma qui almeno un po’ di soldi che girano ci saranno. Oppure le referenti per i servizi educativi di una delle fondazioni più attive in città, che hanno mariti proprietari di x e di y, e tutti a cena col direttore sempre della suddetta banca cittadina. Ah, e poi stavo per dimenticarmi di una tizia a capo dell’associazione comunale dei musei civici, i cui titoli per essere in quella posizione di lavoro sono inversamente proporzionali al codazzo dell’ex sindaco della città.

Stare dietro a tutta ‘sta gente, sperando – chissà come, chissà quando – di riuscire a entrare nella cerchia è assolutamente inutile. Frustrante, e lo capisco, per chi ha investito nella propria formazione professionale – ma assolutamente nocivo per la salute mentale e fisica.

Io mi sono francamente stufata di tutti questi personaggi.

Occorrerà cercare altro, cambiare aria, città, conoscere persone disponibili e che hanno bisogno di guadagnarsi da vivere e non solamente di farsi belle – come molti e molte, della mia generazione. Gente preparata, forse ancora un po’ troppo ingenuotta, nell’aspettarsi che, uscendo dall’università, le venisse riconosciuto almeno qualcosa.

Poco male, basta esserne coscienti e ripartire da qualche altra parte. Aria.

 

 

 

 

 

 

Nano nano

Ieri ho incontrato, per un ipotetico colloquio, un fantadirettore di un fantamuseo che ha l’obiettivo di proporsi sullo scenario toscano – per non dire italiano e internazionale – come il capofila della fant’arte contemporanea. Bene.

[Prequel: non paghi di aver intercettato una trentina di poveri cristi (tra cui la sottoscritta) come fantavolontari in occasione di un fantaevento di qualche mese fa, costoro debbono evidentemente reputare che se è andata bene una volta, vuol dire che il sistema del fantavolontariato funziona. E poi non è costato loro niente – eccetto due cartoni di pizza e qualche bottiglietta d’acqua]

Infatti il rinnovato fantacentro per la fant’arte contemporanea, che ha 4 dipendenti in croce escluso il fantadirettore, è nuovamente alla ricerca di qualche decina di persone che possano aiutarli nel fantapercorso della fantariapertura prevista per l’autunno. Tali mansioni richiederanno una presenza continuativa da qui all’autunno di almeno un paio di volte la settimana, senza rimborso spese ma con la grande fantaopportunità di poter collaborare in un grande clima di fantafermento e con un ipotetico fantateam!

Non è fantastico?

No, è fantascienza.

 

 

 

Dei viaggi, col treno e senza

Milano ogni volta mi sorprende – io penso di andare e tornare, così, mi guardo un paio di mostre, e via.

Ma poi qualcosa rimane a giro. Una canzone gigiona, un regalo inaspettato che fa piacere, una serata che forse sai come va a finire, e invece no. Un buon barbera al solito posto, ormai. Poi vediamo, se torno, quando torno.

Proposte di lavoro più o meno oneste, cene colazioni e pranzi a piovere, caffè e ammazza, chinamartini. Sigarette q.b. – fumi pure dottoressa, mi fa venire in mente Svetlana, che quando spengeva la sigaretta e poi c’era quell’odore di fumo lì. Vorrei annusare il suo tabacco, posso?

Sorrisi sornioni, dietro quegli occhi grigioverdi, e quegli occhiali tondi. Vecchia volpe che sembra uscita dalle pagine di Pinocchio – adulatore, cuoco e buon bevitore. Abituato e circondato dalla bellezza, quella che vedi nelle stesse mostre per cui hai preso il solito treno, a/r. Ci rivedremo nel paese dei coltelli, se mi hai detto il vero.

Io intanto affilo i miei – perché dai nemici mi guardi Iddio.

 

Nuntio vobis

DANTE-CARD-print

Biglietti aggratis andati a ruba.

Ma siccome che siamo tuttipiùbbuoni sotto Natale, ci stanno pure una terzina di vulgate – se volete:

  • RAI 5, 30 dicembre 2015,  h 21.15
  • RAI 5, 1 gennaio 2016, h 15.50
  • RAI 5, 2 gennaio 2016, h 7.25

Ah già: auguri.