Archivi tag: pensieri laidi e sozzi

Corrispondenze

img-20170205-wa0042

Tesoro mio,

questo il numero fatto in corsa, nel delirio totale, con un articolo (anzi: ben due!) a mia firma. Tiè.

Mo’ ti inserisco nella lista degli iscritti alla newsletter – così ti rompi i coglioni pure tu.
Ti amo.
Vorrei vivere insieme a te.
Svegliarmi la mattina con la tua faccia davanti agli occhi – il che significa anche, tra le altre cose, che avremmo dormito, la notte. Farmi preparare la colazione con un the buonissimo che sai solo tu, rigorosamente comprato in Giappone.
Farmi accarezzare e darti un bacio, prima che tu esca per andare a lavoro.
Infilarmi i tuoi pantaloni, e fare la redattrice androgina – ma solo per finta. Con i tuoi pantaloni mi sembra di portarmi a giro il tuo pisello. Mi fanno uno strano effetto, devo ammetterlo.
Andrà tutto bene. Insieme a te, non ho paura di niente – nemmeno della morte.
Ti bacio
l.
Annunci

Sai, a volte ci si innamora di certe parole. E’ così.

Ormai mi vengo a noia, da quante volte mi ripeto – Milano ogni volta mi sorprende. Sarà che prenderla a singhiozzo, un 2-3 giorni l’anno diventa umanamente sostenibile. Sarà che avvicinandosi al Natale le cose sembrano migliori di quello che sono. Saranno che le coincidenze mi fanno una certa impressione – a volta mi sembra di vivere in un fumetto, “Le avventure di Bongiornoesseova”, ché mi trovo a raccontare ad amici gli incontri fortuiti e – cazzo – sembra la sceneggiatura di un film. Io spero sempre in un esito da commedia inglese, comunque vada.

Sarà sicuramente stata la mostra sulle xilografie giapponesi – sarà sicuramente colpa di quella dannata ICS!, come Andrea mi ha giustamente fatto notare. Colpa della ICS!, a gambe attorcigliate, e degli occhi verdi. Gli occhi verdi sono sempre colpevoli. Sempre.

Questo è il momento delle vecchie: le vecchie salveranno l’umanità. Romperanno i coglioni, ti faranno vedere i sorci verdi, e non so se perdere anche del tempo dietro quelle che tu riterrai delle sciocchezze; ma, alla fine, oltre che seppellirti, riusciranno a darti qualcosa. Perché se una donna, artista, è riuscita  a sopravvivere ai suoi 89 anni, lottando e bestemmiando, ma sempre indossando rossetto laccato, vedrai che qualcosa di interessante da raccontare ce lo avrà.

Mi sta tornando una voglia matta di dipingere. Ho visto tante belle cose, ho avuto parole da altri di comprensione e di intesa – sconosciute, certo, ma fendenti e millimetriche come solo la confidenza tra sconosciuti può generare. Ho riconosciuto la mia, in quella dedizione di occhi altrui, di altrui studii, e biblioteche, e mercatini, e non la smetterei mai di parlare e parlare, e parlare di segni, di tecniche, di interessi e passioni che sono difficili da condividere. Difficili e impegnative.

Ho ripreso il blocco in mano. Bisognava farlo – una stupida occasione di autopromozione da attività mordi e fuggi sul web: sopravvivenza quotidiana, iniziamo col rinoceronte, ché è massiccio, e sintetico. Plastico.

“Sai, a volte ci si innamora delle parole. Va così, non ci puoi fare niente”, mi hai detto per telefono.

Sì, hai ragione: va proprio così.

p1140303

 

Dei viaggi, col treno e senza

Milano ogni volta mi sorprende – io penso di andare e tornare, così, mi guardo un paio di mostre, e via.

Ma poi qualcosa rimane a giro. Una canzone gigiona, un regalo inaspettato che fa piacere, una serata che forse sai come va a finire, e invece no. Un buon barbera al solito posto, ormai. Poi vediamo, se torno, quando torno.

Proposte di lavoro più o meno oneste, cene colazioni e pranzi a piovere, caffè e ammazza, chinamartini. Sigarette q.b. – fumi pure dottoressa, mi fa venire in mente Svetlana, che quando spengeva la sigaretta e poi c’era quell’odore di fumo lì. Vorrei annusare il suo tabacco, posso?

Sorrisi sornioni, dietro quegli occhi grigioverdi, e quegli occhiali tondi. Vecchia volpe che sembra uscita dalle pagine di Pinocchio – adulatore, cuoco e buon bevitore. Abituato e circondato dalla bellezza, quella che vedi nelle stesse mostre per cui hai preso il solito treno, a/r. Ci rivedremo nel paese dei coltelli, se mi hai detto il vero.

Io intanto affilo i miei – perché dai nemici mi guardi Iddio.

 

Sono solo canzonette

Ché poi, a come si arriva a certi nomi di grandi artisti, a certe opere che ci toccano – fisicamente, con le mani, e poi con gli occhi, le orecchie, il cervello, i pori della pelle – quanto alla strada, dicevo, per cui ci si arriva in qualche modo, mi accorgo che per quello che mi riguarda, in genere, le vie sono infinite. Tortuose se non altro – e partono da un angolino del cervello, da una cartaccia trovata per terra, da un saluto non fatto, da un messaggio inatteso.

Quanto al tizio morto pochi giorni orsono, per dirne una – avevo iniziato ad ascoltarlo dopo che una mia amica mi aveva registrato un cd con la colonna sonora de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (che, tra l’altro, non ho ancora visto, ma il cui regista mi piace molto – ormai il cognome Anderson, che sia Wes o P. T., è una garanzia): ed eccolo là, Seu Jorge. Rimbalzo in angolo, David Bowie. BAM!

Questo per dire cosa?

Ma niente, che un po’ mi vergogno, e un po’ invece mi fa sorridere ‘sta cosa: ché la gente brava in qualche modo arriva. Arriva comunque, anche se non lo vogliamo. Figurarsi a volerlo.

Se vi va.

 

Ché poi

ormai, me lo sono segnato da tutte le parti. E, giuro: mi sto applicando con tutta la volontà che possiedo (e ce n’ho in gran quantità).

Me lo dice la Giovanna, che mi vuole bene. Me lo dicono le mail e gli sms (sì, uso ancora gli sms) che non arrivano da amici che continuano a non rispondere. Me lo dice il comportamento di una cara amica, con cui ultimamente non va molto bene. Me lo dice anche il mio ragazzo, che non parla mai. Me lo dice pure il gatto, o poco ci manca.

Ma il fatto è che non sono fatta così – e dovermelo imparare a memoria (e, soprattutto, sforzarmi di metterlo in pratica) mi è molto difficile. Difficile, difficile, difficile.

La soluzione al quesito è?

Semplicemente: mi devo fare i cazzi miei.

(ora lo vado a scrivere sulla lavagna almeno cento volte, scusate)

… eh.

Per ridire e raccontare questo ultimo mese mi ci vorrebbero ore.

Facciamo che, a chi di voi mi conosce, glielo racconto a voce quando ci vediamo? Vabono.

Abbasso i social – potessero cecàvve.

(per il resto, incrociamo le dita, crepino i lupi e speriamo non cachino le balene)

 

 

Parole, pa-role paaaro-leee

Cara Mina,

ci avevi proprio ragione. Ciavévi.

 

 

(Se i cazzeggi fossero davvero cazzeggi, ci si riderebbe un po’ più su. Io, almeno – tu fai un po’ come vuoi, fai pure come ti torna meglio, se e come te la spieghi (se, te la spieghi, ma soprattutto se avrai mai voglia di spiegartela).

Sicuro che ci faccio un racconto, o una cosa migliore di quella che in realtà è – se, come mi dici, scrivo molto bene.

Sai, penso proprio che ci penserò su – quanto all’elaborazione, e quanto a chi, le mie parole, le considera un po’ di più che semplici esercizi di scrittura.

Sbaglio, forse? Dimmi. O dammi le tue parole, invece. Se le trovi, se vuoi trovarle.

p.s.: stava per partire Vaffanculo di Masini, ma in effetti: vuoi mettere la poesia? Ah, e l’ironia, giusto – sei tu l’intenditore)

Mannaggiatté (- anzi, mannaggiammé)

I lost myself on a cool damp night
I gave myself in that misty light
Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree
I made wine from the lilac tree
Put my heart in its recipe
It makes me see what I want to see
and be what I want to be
When I think more than I want to think
Do things I never should do
I drink much more that I ought to drink
Because it brings me back you

Lilac wine is sweet and heady, like my love
Lilac wine, I feel unsteady, like my love
Listen to me – I cannot see clearly
Isn’t that she coming to me nearly here?
Lilac wine is sweet and heady where’s my love?
Lilac wine, I feel unsteady, where’s my love?
Listen to me, why is everything so hazy?
Isn’t that she, or am I just going crazy, dear?
Lilac Wine, I feel unready for my love

Jeff Buckley, Lilac Wine, Grace (1994)
(poi mi passa, tranquilli eh – sto bene)

Gioco facile

Questo.

Maybe there’s a God above
But all I’ve ever learned from love
Was how to shoot somebody who outdrew ya
And it’s not a cry that you hear at night
It’s not somebody who’s seen the light
It’s a cold and it’s a broken Hallelujah

Sentire un’amica che proprio oggi ha deciso di partire per Parigi, perché i suoi amici sono là – non me la sento di lasciarli da soli, tanta angoscia e paura nel cuore, ma ho deciso così.

Sono fiera di te, cara.