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Tiè

Cara Nina,

scusami se ti scomodo per questioni piccine picciò, ma stamattina mi ci stavi proprio bene.

Ciao ciao con la manina a chi abusa del mio tempo, dando per scontato che siamo ancora nel medioevo, e che nello stato italiano valgano ancora i diritti feudali. Ciao ciao all’arroganza come modalità di default di chi dovrebbe insegnarti un mestiere, e invece ti insegna solo a ingoiare rospi pelosi. Ché poi io mica ho un brutto rapporto, coi rospi pelosi eh, giusto per precisare. Ciao alle cose fatte di corsa perché l’incapacità è mia, l’immaturità è mia, l’inaffidabilità è mia – mentre la collaborazione di un dipendente per la superfiera intergalattica della madonna, intanto, ti è costata 1,75€ l’ora.

Ognuno per la sua strada, è giusto così. Doveroso, aggiungo.

Ah – quell’augurio di buona fortuna, mettitelo laddove non batte il sole, fammi almeno quest’ultima cortesia.

Buongiorno, mondo.

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Prospettiva tipografica, Rozzano, AD MMXVII.

 

Sarà

il continuo rumore dei motori che si inseguono tra strade sempre ingolfate di fango, i fine settimana passati tra un caffè macchiato con la schiuma da fare che rimane un mistero, un pacchetto di rustiche e quanto viene? Due euro, grazie. E i gettoni per l’autolavaggio? Vanno coi pezzi da cinquanta. Conversazioni abbozzate di chi ti ripete per la trentesima volta dei viaggi da giovane con la Ninja, troppi panini al prosciutto e pecorino da fare. La semplicità di un frigo da riempire con birre ghiacciate. I gelati che mancano.

Poi i soldi arrivano insieme alla stanchezza, è lunedì e rimangono i fili da riprendere.

La necessaria sopravvivenza.

Nano nano

Ieri ho incontrato, per un ipotetico colloquio, un fantadirettore di un fantamuseo che ha l’obiettivo di proporsi sullo scenario toscano – per non dire italiano e internazionale – come il capofila della fant’arte contemporanea. Bene.

[Prequel: non paghi di aver intercettato una trentina di poveri cristi (tra cui la sottoscritta) come fantavolontari in occasione di un fantaevento di qualche mese fa, costoro debbono evidentemente reputare che se è andata bene una volta, vuol dire che il sistema del fantavolontariato funziona. E poi non è costato loro niente – eccetto due cartoni di pizza e qualche bottiglietta d’acqua]

Infatti il rinnovato fantacentro per la fant’arte contemporanea, che ha 4 dipendenti in croce escluso il fantadirettore, è nuovamente alla ricerca di qualche decina di persone che possano aiutarli nel fantapercorso della fantariapertura prevista per l’autunno. Tali mansioni richiederanno una presenza continuativa da qui all’autunno di almeno un paio di volte la settimana, senza rimborso spese ma con la grande fantaopportunità di poter collaborare in un grande clima di fantafermento e con un ipotetico fantateam!

Non è fantastico?

No, è fantascienza.

 

 

 

Hàu tu

Ci estingueremo presto. Molto presto.

Per qualsiasi cosa è disponibile una guida: tutorial, coach, influencer, incontri one-to-one, convegni, seminari.

Mi è stato chiesto, per esempio, di partecipare a un pomeriggio nella mia facoltà per un incontro tra ex studenti e laureandi, per esporre e confrontarsi su metodologie di lavoro, errori e consigli su come affrontare la tesi. Il che mi fa abbastanza ridere, visto che ci ho messo i miei buoni anni, sprecando tempo ed energie – ma ormai è andata.
Mi sembra la stessa dinamica dei corsi pre-parto: tutto un gran discutere sul prima, e un reticente e oscuro silenzio sul dopo.
Invece bisognerebbe, analogamente, insistere sul dopo a cui nessun giovane studente universitario (eccetto quelli lavoratori o che sono già avviati in progetti lavorativi tramite tesi e quant’altro) è davvero preparato: il vuoto che ti attende.
Oppure, per continuare la metafora ostetrica, ai pianti, all’allattamento, alla depressione post partum, ai consigli non richiesti e al lavaggio di cervello che gente sconosciuta si permetterà di farti.
Esiste una miriade di persone che hanno fatto di queste “istruzioni per qualsiasi cosa” il proprio lavoro – col risultato di continuare a portare avanti gente pagante che non sa che pesci pigliare, o prendersi il rischio di una sola decisione nella propria vita. E no, io non credo che tutto ciò possa portare a uno stimolo – se hai bisogno di essere stimolato devi cercare. Se ti fa fatica, se vuoi la strada breve, se non ti va di cercare: datti pace. Torna alla tua pagina facebook, ai gattyni, a quello che diavolo ti pare ma non farti grande dei corsi di autostima del cazzo con cui nascondi la tue insicurezze.
Ognuno ha i suoi percorsi, e ognuno ha il diritto di fare quello che più gli va, di lottare per quello in cui crede, e di farsi gli affari propri.

Arrangiatevi. Muovetevi. Cercate.
E non fidatevi degli Steve Jobs di turno – se siete intelligenti.
Darwinismo sociale, il mio?
No, affatto: solo buonsenso – mi piace pensare.

 

Ah, sì. Fanno 10 euro, grazie.

Dei viaggi, col treno e senza

Milano ogni volta mi sorprende – io penso di andare e tornare, così, mi guardo un paio di mostre, e via.

Ma poi qualcosa rimane a giro. Una canzone gigiona, un regalo inaspettato che fa piacere, una serata che forse sai come va a finire, e invece no. Un buon barbera al solito posto, ormai. Poi vediamo, se torno, quando torno.

Proposte di lavoro più o meno oneste, cene colazioni e pranzi a piovere, caffè e ammazza, chinamartini. Sigarette q.b. – fumi pure dottoressa, mi fa venire in mente Svetlana, che quando spengeva la sigaretta e poi c’era quell’odore di fumo lì. Vorrei annusare il suo tabacco, posso?

Sorrisi sornioni, dietro quegli occhi grigioverdi, e quegli occhiali tondi. Vecchia volpe che sembra uscita dalle pagine di Pinocchio – adulatore, cuoco e buon bevitore. Abituato e circondato dalla bellezza, quella che vedi nelle stesse mostre per cui hai preso il solito treno, a/r. Ci rivedremo nel paese dei coltelli, se mi hai detto il vero.

Io intanto affilo i miei – perché dai nemici mi guardi Iddio.

 

Di quello che rimane

Non ho idea di cosa voglia dire vedersene andare un genitore, giorno dopo giorno. Un pezzo alla volta, che si stacca inesorabile. Una lunga malattia, anni di sofferenze o soltanto una lenta evanescenza.

Ho da poco traslocato in una casa che appartiene a un professore universitario – ancora in vita, duro carapace che si attacca coi denti e con le unghie a quel barlume rimasto di un tempo che fu.

La casa parla di una vita trascorsa tra i libri, a leggerne e a scriverne – corrispondenza, foto di personaggi sconosciuti eppur in un certo senso famosi, se riconosciuto accademico doveva esserne il loro compagno.

Una famiglia numerosa, riunita dalle due mogli che lo hanno lasciato solo, in una casa piena di ricordi, di tazze della Ginori col bordo dorato (quanto mi piace, berci il caffè), di nappole all’armadio, di chincaglieria raccolta in tutta una vita. Di figli latitanti, lontani, imbalsamati dietro gli occhiali da fondo di bicchiere. Uno dei due deve avergli predisposto la cucina, moderna dagli anni ’80, con Max l’accendigas, una lavastoviglie intonsa, perfino un microonde dal nome italianissimo. E un piccolo televisore, rigorosamente col decoder.

Ho svuotato due terzi dell’armadio, raccolto le coperte e le lenzuola disposte meticolosamente da una mano femminile e messe come potevo in buste di carta, in attesa che vengano portate via. Ho dato una scorsa ai mille e più volumi che inondano lo studio, tolto i crocifissi e le foto dei morti appesi alle pareti, girato inorridita i santini kitsch del Sacro Cuore, scorto qualche foto dai cassetti ancora pieni, zeppi di roba. Qualsiasi, roba.

Sentendomi quasi colpevole che una vita nuova per me iniziasse, senza che un’altra fosse prima finita – involontaria testimone di un passato prossimo sconosciuto.

Sono solo canzonette

Ché poi, a come si arriva a certi nomi di grandi artisti, a certe opere che ci toccano – fisicamente, con le mani, e poi con gli occhi, le orecchie, il cervello, i pori della pelle – quanto alla strada, dicevo, per cui ci si arriva in qualche modo, mi accorgo che per quello che mi riguarda, in genere, le vie sono infinite. Tortuose se non altro – e partono da un angolino del cervello, da una cartaccia trovata per terra, da un saluto non fatto, da un messaggio inatteso.

Quanto al tizio morto pochi giorni orsono, per dirne una – avevo iniziato ad ascoltarlo dopo che una mia amica mi aveva registrato un cd con la colonna sonora de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (che, tra l’altro, non ho ancora visto, ma il cui regista mi piace molto – ormai il cognome Anderson, che sia Wes o P. T., è una garanzia): ed eccolo là, Seu Jorge. Rimbalzo in angolo, David Bowie. BAM!

Questo per dire cosa?

Ma niente, che un po’ mi vergogno, e un po’ invece mi fa sorridere ‘sta cosa: ché la gente brava in qualche modo arriva. Arriva comunque, anche se non lo vogliamo. Figurarsi a volerlo.

Se vi va.

 

Ché poi

ormai, me lo sono segnato da tutte le parti. E, giuro: mi sto applicando con tutta la volontà che possiedo (e ce n’ho in gran quantità).

Me lo dice la Giovanna, che mi vuole bene. Me lo dicono le mail e gli sms (sì, uso ancora gli sms) che non arrivano da amici che continuano a non rispondere. Me lo dice il comportamento di una cara amica, con cui ultimamente non va molto bene. Me lo dice anche il mio ragazzo, che non parla mai. Me lo dice pure il gatto, o poco ci manca.

Ma il fatto è che non sono fatta così – e dovermelo imparare a memoria (e, soprattutto, sforzarmi di metterlo in pratica) mi è molto difficile. Difficile, difficile, difficile.

La soluzione al quesito è?

Semplicemente: mi devo fare i cazzi miei.

(ora lo vado a scrivere sulla lavagna almeno cento volte, scusate)