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Corrispondenze

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Tesoro mio,

questo il numero fatto in corsa, nel delirio totale, con un articolo (anzi: ben due!) a mia firma. Tiè.

Mo’ ti inserisco nella lista degli iscritti alla newsletter – così ti rompi i coglioni pure tu.
Ti amo.
Vorrei vivere insieme a te.
Svegliarmi la mattina con la tua faccia davanti agli occhi – il che significa anche, tra le altre cose, che avremmo dormito, la notte. Farmi preparare la colazione con un the buonissimo che sai solo tu, rigorosamente comprato in Giappone.
Farmi accarezzare e darti un bacio, prima che tu esca per andare a lavoro.
Infilarmi i tuoi pantaloni, e fare la redattrice androgina – ma solo per finta. Con i tuoi pantaloni mi sembra di portarmi a giro il tuo pisello. Mi fanno uno strano effetto, devo ammetterlo.
Andrà tutto bene. Insieme a te, non ho paura di niente – nemmeno della morte.
Ti bacio
l.
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Sai, a volte ci si innamora di certe parole. E’ così.

Ormai mi vengo a noia, da quante volte mi ripeto – Milano ogni volta mi sorprende. Sarà che prenderla a singhiozzo, un 2-3 giorni l’anno diventa umanamente sostenibile. Sarà che avvicinandosi al Natale le cose sembrano migliori di quello che sono. Saranno che le coincidenze mi fanno una certa impressione – a volta mi sembra di vivere in un fumetto, “Le avventure di Bongiornoesseova”, ché mi trovo a raccontare ad amici gli incontri fortuiti e – cazzo – sembra la sceneggiatura di un film. Io spero sempre in un esito da commedia inglese, comunque vada.

Sarà sicuramente stata la mostra sulle xilografie giapponesi – sarà sicuramente colpa di quella dannata ICS!, come Andrea mi ha giustamente fatto notare. Colpa della ICS!, a gambe attorcigliate, e degli occhi verdi. Gli occhi verdi sono sempre colpevoli. Sempre.

Questo è il momento delle vecchie: le vecchie salveranno l’umanità. Romperanno i coglioni, ti faranno vedere i sorci verdi, e non so se perdere anche del tempo dietro quelle che tu riterrai delle sciocchezze; ma, alla fine, oltre che seppellirti, riusciranno a darti qualcosa. Perché se una donna, artista, è riuscita  a sopravvivere ai suoi 89 anni, lottando e bestemmiando, ma sempre indossando rossetto laccato, vedrai che qualcosa di interessante da raccontare ce lo avrà.

Mi sta tornando una voglia matta di dipingere. Ho visto tante belle cose, ho avuto parole da altri di comprensione e di intesa – sconosciute, certo, ma fendenti e millimetriche come solo la confidenza tra sconosciuti può generare. Ho riconosciuto la mia, in quella dedizione di occhi altrui, di altrui studii, e biblioteche, e mercatini, e non la smetterei mai di parlare e parlare, e parlare di segni, di tecniche, di interessi e passioni che sono difficili da condividere. Difficili e impegnative.

Ho ripreso il blocco in mano. Bisognava farlo – una stupida occasione di autopromozione da attività mordi e fuggi sul web: sopravvivenza quotidiana, iniziamo col rinoceronte, ché è massiccio, e sintetico. Plastico.

“Sai, a volte ci si innamora delle parole. Va così, non ci puoi fare niente”, mi hai detto per telefono.

Sì, hai ragione: va proprio così.

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Parole che non servono

Sì, lo ametto: a volte mi prende proprio l’idea di buttar giù qualcosa. Di scriverti di come sto – perché tanto, come stai tu, non so se me lo dirai mai. Qualche mese fa ancora ci pensavo, ora meno invece. Passano i mesi, e non so quanti te ne serviranno. Ma, come vedi, aspetto. A casa mia, qui, lo posso dire. Mi prendo un po’ di libertà.

A volte mi immagino come sarà quando ci rivedremo – ma non riesco a figurarmi che effetto mi farà. So che sarà difficile. E difficile sarà tenere a bada i miei risentimenti, e il senso di abbandono, e tutte le spiegazioni di questo mondo (perché ce ne sono sai, a vagonate – solo che non ho idea se vorrai davvero sentirle), e le pulci alle pulci delle pulci. Ma non ho paura di rimettere le virgole a posto, questa non l’ho avuta mai – facciamo i conti? Facciamo i conti. Anche con le cose belle, però. Quelle che ci siamo nascoste, quelle che nel frattempo saranno sicuramente successe – quelle, mi mancano più di ogni altra cosa: le cose belle che non ci siamo raccontati. Le cene che non abbiamo fatto.

Sarà possibile farti capire che mi manchi, senza punti di domanda, né perdoni da chiedere o attenzioni da recriminare? E sarà possibile farlo, senza che finalmente nessuna ombra ti si affacci sul viso? Sarà possibile perfino ridere – arriveremo a tanto?

Non lo so – e forse nemmeno ha importanza, adesso. Spero tu stia bene. Io me la cavo, grossomodo.

 

 

 

Dei viaggi, col treno e senza

Milano ogni volta mi sorprende – io penso di andare e tornare, così, mi guardo un paio di mostre, e via.

Ma poi qualcosa rimane a giro. Una canzone gigiona, un regalo inaspettato che fa piacere, una serata che forse sai come va a finire, e invece no. Un buon barbera al solito posto, ormai. Poi vediamo, se torno, quando torno.

Proposte di lavoro più o meno oneste, cene colazioni e pranzi a piovere, caffè e ammazza, chinamartini. Sigarette q.b. – fumi pure dottoressa, mi fa venire in mente Svetlana, che quando spengeva la sigaretta e poi c’era quell’odore di fumo lì. Vorrei annusare il suo tabacco, posso?

Sorrisi sornioni, dietro quegli occhi grigioverdi, e quegli occhiali tondi. Vecchia volpe che sembra uscita dalle pagine di Pinocchio – adulatore, cuoco e buon bevitore. Abituato e circondato dalla bellezza, quella che vedi nelle stesse mostre per cui hai preso il solito treno, a/r. Ci rivedremo nel paese dei coltelli, se mi hai detto il vero.

Io intanto affilo i miei – perché dai nemici mi guardi Iddio.

 

Di quello che rimane

Non ho idea di cosa voglia dire vedersene andare un genitore, giorno dopo giorno. Un pezzo alla volta, che si stacca inesorabile. Una lunga malattia, anni di sofferenze o soltanto una lenta evanescenza.

Ho da poco traslocato in una casa che appartiene a un professore universitario – ancora in vita, duro carapace che si attacca coi denti e con le unghie a quel barlume rimasto di un tempo che fu.

La casa parla di una vita trascorsa tra i libri, a leggerne e a scriverne – corrispondenza, foto di personaggi sconosciuti eppur in un certo senso famosi, se riconosciuto accademico doveva esserne il loro compagno.

Una famiglia numerosa, riunita dalle due mogli che lo hanno lasciato solo, in una casa piena di ricordi, di tazze della Ginori col bordo dorato (quanto mi piace, berci il caffè), di nappole all’armadio, di chincaglieria raccolta in tutta una vita. Di figli latitanti, lontani, imbalsamati dietro gli occhiali da fondo di bicchiere. Uno dei due deve avergli predisposto la cucina, moderna dagli anni ’80, con Max l’accendigas, una lavastoviglie intonsa, perfino un microonde dal nome italianissimo. E un piccolo televisore, rigorosamente col decoder.

Ho svuotato due terzi dell’armadio, raccolto le coperte e le lenzuola disposte meticolosamente da una mano femminile e messe come potevo in buste di carta, in attesa che vengano portate via. Ho dato una scorsa ai mille e più volumi che inondano lo studio, tolto i crocifissi e le foto dei morti appesi alle pareti, girato inorridita i santini kitsch del Sacro Cuore, scorto qualche foto dai cassetti ancora pieni, zeppi di roba. Qualsiasi, roba.

Sentendomi quasi colpevole che una vita nuova per me iniziasse, senza che un’altra fosse prima finita – involontaria testimone di un passato prossimo sconosciuto.

Nuntio vobis

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Biglietti aggratis andati a ruba.

Ma siccome che siamo tuttipiùbbuoni sotto Natale, ci stanno pure una terzina di vulgate – se volete:

  • RAI 5, 30 dicembre 2015,  h 21.15
  • RAI 5, 1 gennaio 2016, h 15.50
  • RAI 5, 2 gennaio 2016, h 7.25

Ah già: auguri.

 

le vite degli altri, negli altri

IMG_0118.JPGNel posto dove mi trovo alla gente, per strada, se chiedi dove comprare le sigarette rispondono che non lo sanno – ma poi tirano fuori un pacchetto, e te ne offrono una. Dopo che l’hai fumata, cercando ancora un tabacchi ché di domenica sono chiusi, alla tua domanda rispondono che dev’esser per di là, buona domenica e buona settimana. Pas de quoi.

Nel posto dove sono, le gatte si chiamano Molla e Mélo, ma si pronuncia alla franscèse, quindi diventa tutto molto chic.

Nel posto dove sono, che è abbastanza lontano, mi catapulto improvvisamente in un ospedale, accanto a un letto da cui si vede un bel muro e un po’ di cielo. Poi arriverà il tempo della guarigione, o della ripresa, dove le domande si fanno finalmente senza punti interrogativi, e le risposte filano. Buona la prima, caro. Ci rivedremo – magari verrai a trovarmi proprio qua.

(sì, hai letto bene: ho scritto trovarmi)

Nel posto dove sono si sente la mancanza, ma tanto c’è la pioggia, a casa ti aspetta un brodo caldo di gallina, e una tisana che io non so cosa c’è dentro, ma poi dormi come un bambino. Una casa da cui non vorresti uscire mai.

Nel posto dove sono i librai aperti di domenica ti dicono “Vouz parlez un merveilleux français, où est-ce que vous l’avez appris?” e tu rispondi “… à l’école, tout simplement. Peut etre que dans ma vie précedente j’étais francophone?” – e non nascondi il tuo sorriso, lusingata da un distinto e discreto sessantenne.

Nel posto dove sono, è certo che ci tornerò – forse anche per prendermi quel bacio da sempre evocato e mai avvenuto, che dici. O forse lo lasceremo lì, ché sta bene.

Dal posto dove sono, vorrei sentirti – ma ancora i tuoi fantasmi e le mie maleparate ti tengono lontano. E lontano sia.

Poi mi scrive Julian, che è in Turchia e mi saluta da non so nemmeno io dove, ma il pensiero arriva lo stesso, ed è molto meglio del brodo di gallina.

E poi arriva l’ora di dormire, e ancora cinque minuti, e com’è comoda l’amaca, e aspetta ancora un momento – e che buon profumo che hai. Non avrei mai pensato di poterlo pensare, e invece, guarda qua.