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Senza parole

casorati_langhe

Solo la musica, adesso.

Da ascoltare così, con un vestito blu, su una soglia che affaccia su paesaggi già conosciuti. In cui ritornare, a prospettiva sghemba.

 

 

 

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Dei viaggi, col treno e senza

Milano ogni volta mi sorprende – io penso di andare e tornare, così, mi guardo un paio di mostre, e via.

Ma poi qualcosa rimane a giro. Una canzone gigiona, un regalo inaspettato che fa piacere, una serata che forse sai come va a finire, e invece no. Un buon barbera al solito posto, ormai. Poi vediamo, se torno, quando torno.

Proposte di lavoro più o meno oneste, cene colazioni e pranzi a piovere, caffè e ammazza, chinamartini. Sigarette q.b. – fumi pure dottoressa, mi fa venire in mente Svetlana, che quando spengeva la sigaretta e poi c’era quell’odore di fumo lì. Vorrei annusare il suo tabacco, posso?

Sorrisi sornioni, dietro quegli occhi grigioverdi, e quegli occhiali tondi. Vecchia volpe che sembra uscita dalle pagine di Pinocchio – adulatore, cuoco e buon bevitore. Abituato e circondato dalla bellezza, quella che vedi nelle stesse mostre per cui hai preso il solito treno, a/r. Ci rivedremo nel paese dei coltelli, se mi hai detto il vero.

Io intanto affilo i miei – perché dai nemici mi guardi Iddio.

 

Sono solo canzonette

Ché poi, a come si arriva a certi nomi di grandi artisti, a certe opere che ci toccano – fisicamente, con le mani, e poi con gli occhi, le orecchie, il cervello, i pori della pelle – quanto alla strada, dicevo, per cui ci si arriva in qualche modo, mi accorgo che per quello che mi riguarda, in genere, le vie sono infinite. Tortuose se non altro – e partono da un angolino del cervello, da una cartaccia trovata per terra, da un saluto non fatto, da un messaggio inatteso.

Quanto al tizio morto pochi giorni orsono, per dirne una – avevo iniziato ad ascoltarlo dopo che una mia amica mi aveva registrato un cd con la colonna sonora de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (che, tra l’altro, non ho ancora visto, ma il cui regista mi piace molto – ormai il cognome Anderson, che sia Wes o P. T., è una garanzia): ed eccolo là, Seu Jorge. Rimbalzo in angolo, David Bowie. BAM!

Questo per dire cosa?

Ma niente, che un po’ mi vergogno, e un po’ invece mi fa sorridere ‘sta cosa: ché la gente brava in qualche modo arriva. Arriva comunque, anche se non lo vogliamo. Figurarsi a volerlo.

Se vi va.

 

that day_-1

e ritornare così ancora a Capodanno, ancora a quella sera, la prima sera dove ascoltai questi “ehi ragazzi, ma questi qua son proprio belli”, e ehi, ma lo sai che lui era quello di Vicky? maddai, e io che lo guardavo sempre, la robottina dal cuore umano mappensa, novella piccola donna dal cuore di latta, e io dal cuore fino a poco tempo fa di ghiaccio, regina delle nevi che vien dalla campagna – e chissà quanti danni, quante strade perdute, in quegli occhi, quante strade ritrovate o da ritovare, coi primi baci dati sotto una luna gelida, per Capodanno, in quella casa in campagna davvero anni Novanta, davvero col maglione comprato alla bancarella dell’usato, con mia madre che scuoteva il capo – e quanto mi piaceva quel maglione verdaccio con i bordi grigi, per non parlare poi di quello blu, eh, quello blu rigorosamente da uomo, rigorosamente di tre taglie più grande, dove ci nascondevo di tutto sotto, dalle mani, al seno, al sedere sempre troppo grande, chettesta!  –  i miei 17 anni: anni di Richard Bach d’ordinanza, di ultime lettere di Jacopo Ortis, di Leopardi e dei canti dei pastori erranti dell’Asia, di lacrime trattenute, che voli pindarici allora – e che voli pindarici adesso, proprio adesso che dovrei più che mai stare coi piedi per terra, che cerco palle di piombo da indossare ai piedi, alle mani, alla bocca per rimanere ancora un po’ incollata quaggiù, eddai che non lo so? sulla terra di noi tutti comuni mortali, abbracci impossibili da dare e da consegnare a chi se li merita davvero, e poi tutte quelle parole, e tutti quei pensieri atti opere e ohm/non-missioni, ma davvero ce n’era bisogno? io non credo, non lo credo davvero più, non so più né cosa dire, né cosa fare, sai? e continuare a spiegare, spiegare, sperare – e poi provare provare provare provare provare, finché poi dopo una, due tre volte, guarda, è facile giocare con la palla anche se non siamo più a Frittole, e non è più quasi il Milleeccinque – che altri discorsi possano fare capire all’altro che, che forse stavolta sarà diverso, che forse se ci atteniamo tutti ai fatti ne caveremo allora sì qualcosa, viva l’empirismo inglese, anche nei sentimenti, così

Tomorrow’s just an excuse away

e diari, smemorande piene di citazioni, scritti altrui che lasciano un segno, una scia luminosa, un messaggio in bottiglia – fate voi, davvero, io non credo di potermi contenere se continuo così.
e quindi niente, insomma: buona fine, e buon principio.
io mi metto le mie scarpette anni ’30 o simili, mi acconcio, trucco e parrucco, vado a fare la finta ganza col mio ragazzo, sbrillucc sbrillucc, mutande di piombo, ciclo imminente, e mascara. mascara come se piovesse. poi cappellino, un po’ di stardust, il veccho Fred Astaire, e via andare.

brinderò prima alla mia, e poi alla vostra – se potrete, se vorrete.
i messaggini, mandatemeli voi ok? ché ci tengo
io tanto rimango qua, non mi muovo.

almeno fino ad anno prossimo, intendo.

that day is not me

Caro Romano,

nun me lassà pure te.

Lo so, ti dispiace e devi andare, ma il tuo posto non è là. Il tuo posto è nel mare dell’Elba, tra Cavo e Topinetti, tra quegli scogli ferrosi e violetti, dove io con la mia cassettina ho capito tante di quelle cose che solo con uno sguardo ci capiremmo all’istante.

La figlia che avresti sempre voluto avere, lo sai tu e lo so io. E lo sa anche lui, ma il colloquio è tra me e te, e il fondo del mare elbano. Blu, e verde, ché d’ottobre non c’è momento migliore per ritrovare quel braccialetto battuto a rilievo dalle tue mani quadrate con quelle unghie così lunghe, e così belle – contro le onde, contro il mare mosso, contro noi che ti dicevamo “non ti buttare, Romanooo”, e tu eri già nel fondo degli scogli.

(ché poi lo sapevamo benissimo che era tutta una messinscena, tu che figurati se perdevi il tuo bracciale nel mare d’ottobre, tu che pochi metri più in là avevi sconfitto, leone marino che non sei altro, un embolia ché nemmeno a Loudres ce l’avrebbero fatta – invece, tu sì)

O quando ti fu trovata la pistola sotto il cuscino del seminario in cui eri ospitato? Che ridere, ti avevano beccato con le mani nella marmellata, goloso che non sei altro.

Per loro era solo una pistola, per noi eri tu e basta.

Romano aspettami, ti voglio solo dire che.

Non so nemmeno scegliere una canzone degna, a ‘sto giro, anche e nonostante le mie mani da Madonna del Botticelli – che regalo, mi facesti, a dire così.

Mannaggiatté Romano, attentallabambina!

(vai David, provaci tu)

(io ci proverò a raccontarti, caro Romano, te lo prometto fosse anche su quel letto di morte che spero vedere il più tardi possibile – qui con la manina, giurin giurello, però non so se ci riuscirò. Certo, lo farò come sempre al mio meglio, e ci metterò del mio stai sicuro, piccola pittrice della domenica che non sono altro)