Mo’ basta

Qua a Firenze il cosiddetto “mondo culturale” è appannaggio praticamente da sempre dalla solita cricca di provenienti da ceti medio-alti (tendenti più all’alto che al medio). E questo è un dato di fatto.

Young curators figli di industriali con appartamenti sparsi per la città, una vecchia acida che nel fienile di casa ospita un Jacopo Vignali qualsiasi, giovani dottorate in carriera i cui genitori sono docenti universitari e che organizzano incredibili convegni internazionali con il sostegno della banca più potente della città, proprietari di bar che giustificano il caffè a 1,50€ con la scusa che loro conoscono i rifornitori delle piantagioni (il caffè decaffeinato, fiore all’occhiello, è stato fatto con un lungo procedimento di continuo lavaggio con acqua pura di sorgente dei monti dell’Himalaya).

Poi c’è la titolare di una cooperativa di servizi culturali che paga le laureate in storia dell’arte meno di 8€/h per fare guide del menga ai soci Coop – ma qui almeno un po’ di soldi che girano ci saranno. Oppure le referenti per i servizi educativi di una delle fondazioni più attive in città, che hanno mariti proprietari di x e di y, e tutti a cena col direttore sempre della suddetta banca cittadina. Ah, e poi stavo per dimenticarmi di una tizia a capo dell’associazione comunale dei musei civici, i cui titoli per essere in quella posizione di lavoro sono inversamente proporzionali al codazzo dell’ex sindaco della città.

Stare dietro a tutta ‘sta gente, sperando – chissà come, chissà quando – di riuscire a entrare nella cerchia è assolutamente inutile. Frustrante, e lo capisco, per chi ha investito nella propria formazione professionale – ma assolutamente nocivo per la salute mentale e fisica.

Io mi sono francamente stufata di tutti questi personaggi.

Occorrerà cercare altro, cambiare aria, città, conoscere persone disponibili e che hanno bisogno di guadagnarsi da vivere e non solamente di farsi belle – come molti e molte, della mia generazione. Gente preparata, forse ancora un po’ troppo ingenuotta, nell’aspettarsi che, uscendo dall’università, le venisse riconosciuto almeno qualcosa.

Poco male, basta esserne coscienti e ripartire da qualche altra parte. Aria.

 

 

 

 

 

 

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