Se telefonando

Volevo sapere della mia amica e di suo padre, a cui rimane un anno di vita, da organizzare per lui e per la moglie, improvvisamente tornata bambina bisognosa di essere accudita. Lei e il suo cognome cazzutissimo, che anche nel terremoto pensa già a costruire un dopo.

Volevo sentire la voce di un amico, con cui faccio discorsi seri e altri a muzzo – ma volevo sentirlo, sapere se c’era, chiedergli a mia volta come stai, ben sapendo che non so perché ma ormai da vent’anni riusciamo a condividere meglio i silenzi, delle parole. E so che a nostro modo ci capiamo.

Alcune telefonate sono così, che quando arriva la domanda “e tu, come stai?” ecco che inizio a divagare, come a cercar parole nell’aria –  a metà tra il voler dare una risposta sincera e il sapere che necessiteranno spiegazioni, in conseguenza. Che trovo imbarazzanti, ma che preferisco sempre a un generico “bene”, buttato là per chiudere e passare ad altro. Perché, nonostante il mezzo,  il microfono che va per conto suo, segnali che vanno e vengono, lì c’è quel tono di confidenza, quel chiedere che è già preparato ad accogliere, che non scappa ma è lì, 2 secondi che sanno dirti tanto, della persona con cui stai parlando. Minime percezioni in piccole frasi in fondo, e sospensioni che fanno la differenza.

 

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